PREMIO "Mattia Di Iorio"
Concorso scolastico per la promozione delle discipline STEAM
CHI ERA MATTIA DI IORIO
Mattia era nella vita.
La sua vita può essere descritta dalle parole di Seneca:
“Vivi bene, seppur di poco, per molto tempo, per ogni stagione c’è una felicità.
L’importante non è quanto tempo vivi, ma come vivi il tempo che hai”.
Mattia non si preoccupava mai di quello che non poteva o non avrebbe potuto fare a causa della sua condizione, trovava sempre un motivo, una ragione ed un obiettivo da raggiungere e riusciva a trasmettere, a chi gli era vicino, questa sua forza e questo coraggio.
Non si lamentava mai della sua malattia e, anche quando si preoccupava perché effettivamente stava male fisicamente, cercava sempre di non darlo a vedere ai suoi amici e a noi genitori per non farci preoccupare. Stoicamente sopportava le visite mediche, i medicinali da prendere, gli ausili di fisioterapia quattro volte alla settimana: fino all’ultimo, con enorme determinazione, ha voluto ed è riuscito a portare a termine i suoi progetti. E va tenuto in considerazione che quello che per gli altri era normale fare per lui era davvero un’impresa a partire dai corsi pomeridiani a scuola.
Non voleva mettere in difficoltà o creare disagio a chi gli era intorno, si preoccupava per gli altri e cercava di rincuorare le persone che vedeva giù o che avevano bisogno di una parola di conforto: riusciva a sorreggere persino agli adulti.
Era un ragazzo curioso della vita, sempre pronto a fare esperienze nuove: è stato
all’Aerogravity, provando la sensazione di volare; ha fatto un giro in Lamborghini su un circuito, sperimentando l’ebbrezza della velocità; è salito sulla cima del Gran Sasso aiutato da alcune guide perché amava la natura, gli animali; aveva un desiderio: allevare e addestrare un corvo reale.
Fino a quando il suo fisico ha retto, ha nuotato, ha fatto parte del comitato italiano
paraolimpico, iniziando a praticare le bocce paraolimpiche, dopo aver dovuto scartare il tiro a segno perché non aveva la forza per sollevare il fucile; ha partecipato ai campi scuola parrocchiali, divertendosi tantissimo a fare le tre di notte con don Nicola che li svegliava alle sette con la pistola ad acqua e la musica del “pompiere paura non ne ha”; amava fare nuove amicizie ed era capace di adattarsi a tutto.
Aveva tante passioni e cercava di coltivarle al massimo delle sue forze. Amava disegnare le “anime”, ascoltare generi musicali nuovi, assaporare cibi particolari (andava pazzo per il piccante), appassionarsi ai film degli anni 80-90 (i suoi preferiti erano American Psyco, Figth club, Taxi driver) e gli riusciva benissimo l’imitazione delle voci di alcune scene famose.
Mattia era un ragazzo umile, estremamente accomodante, si offriva di fare cose che non gli interessavano molto solo per far piacere e dare soddisfazione agli altri.
Nonostante abbia avuto qualche delusione dalle persone, non ha mai portato rancore, sapeva perdonare, non giudicava mai gli altri. Si pronunciava con delle osservazioni sui suoi coetanei quando non riusciva a capire come potessero sprecare il loro tempo in cose inutili e non sfruttassero le loro capacità e le loro potenzialità per fare cose, sport, diceva spesso “se avessipotuto camminare avrei fatto un sacco di cose”.
Mattia amava le cose semplici, i legami sinceri, la famiglia la sorellina con la quale era iperprotettivo.
Amava riunirsi in famiglia e con gli amici per giocare ai giochi in scatola: Risiko, Monopoly, Cluedo, Taboo erano il modo di guardarsi negli occhi con i suoi amici, confrontarsi, ridere, discutere. Si divertiva anche a giocare on line alla Play station perché era un’occasione per conoscere persone nuove, ma preferiva di più poter uscire ed incontrarsi con i suoi amici. Diceva sempre che sarebbe voluto nascere negli anni ’80 dove tutto era più semplice e genuino e si creavano più occasioni per stare insieme agli amici. Ha imparato a giocare a scacchi da autodidatta e l’ha insegnato anche a me un pomeriggio in un letto d’ospedale. Gli piaceva leggere, personalizzare scarpe da tennis, usare il piccolo saldatore che gli aveva regalato il tecnico della sua scuola. Il suo più grande sogno era visitare il Giappone.
Mattia si divertiva ad andare a scuola, al Mattei, perché diceva che nella sua scuola non si annoiava mai, ogni giorno succedeva qualcosa e si sentiva vivo. Quando vedeva i ragazzi con gli occhi bassi e fissi sul cellulare a “scrollare” si indignava: per lui era rubare alla vita del tempo prezioso: “io lo so che la mia vita sarà più breve di quella degli altri – diceva - e quando Dio deciderà di riprendermi non avrò paura, ma nel frattempo la voglio vivere al meglio”.
Aveva il suo progetto di vita e quella sua solarità e serenità che gli si leggeva in volto gli era data proprio dall’avere sempre vivi sogni, progetti; non vedeva ostacoli e, quando li trovava, cercava sempre una soluzione per aggirarli. Anche se, in fondo in fondo, era consapevole di non poter raggiungere alcuni traguardi, li sognava ugualmente e a volte fantasticava dicendo: “quando avrò una moglie e un figlio farò questo o quell’altro…”. Diceva al padre che quando avrebbe iniziato a lavorare gli avrebbe comprato una bellissima macchina.
Negli ultimi tempi si sentiva in colpa nei nostri confronti perché vedeva che eravamo molto preoccupati per lui e ci stancavamo fisicamente per sollevarlo, fare i vari spostamenti, andare su e giù tra l’ospedale di Roma, di Chieti e di Vasto e ci chiedeva di scusarlo…
Era buono nell’anima.
Poche cose lo facevano arrabbiare: le barriere architettoniche create dall’indifferenza delle istituzioni e dalle persone e la mancanza di rispetto; non sopportava le persone che si rivolgevano a lui con sguardi compassionevoli e atteggiamenti pietosi. Lui non si sentiva diverso o speciale, ma come tutti gli altri.
Mattia non era perfetto ovviamente, era un ragazzo come gli altri con i suoi pregi e i suoi difetti, ma quello che lo rendeva eccezionale davvero era il suo modo di vivere, di rispettare e apprezzare le piccole cose, la natura, gli animali, la vita che gli è stata donata, nonostante la sua disabilità, le sue soHerenze, le sue diHicoltà, le mille rinunce. Non è stato affatto facile per lui vedere i suoi amici organizzarsi per fare cose a cui lui purtroppo non poteva partecipare, non poter entrare in un luogo con loro o dover cambiare strada perché c’erano le barriere architettoniche, vedere i suoi amici giocare a calcetto e stare a bordo campo a guardare, ma, ciononostante, non si è mai abbattuto: il suo sorriso e il suo sguardo luminoso resteranno impressi nei cuori e nella mente di chi l’ha conosciuto e la sua vita, o meglio il modo di vivere la vita, sarà per sempre un esempio per tutti.
Una volta mi ha detto: “Nella vita vorrei fare qualcosa di importante qualcosa per cui verrò ricordato, lasciare un segno nella vita”.
Credo che questo premio a lui intitolato, possa esserne la voce.
Silvia Notaro, la sua mamma.

